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Pirati dei Caraibi 2 (ai confini del mondo): un gigante dai piedi d’argilla.


Non si può dire che questo sia il solito terzo episodio deludente che ci fa uscire dal cinema arrabbiati, convinti di avere abboccato all’ennesima truffa (vedi il geniale Matrix con quei sequel atroci). Non si può neanche dire che questo episodio dei “Pirati” manchi di fascino. Ciò che stupisce ed emoziona è la concretezza sensoriale di ogni cosa che appare nel film: i particolari (su tutto le unghie nere e i denti marci), i costumi, gli oggetti, le navi stesse...insomma tutto. E che panorami! Che bellezza nella natura, nei cieli, nei mari! E i personaggi, anche i meno importanti, raffigurati con cura strabiliante (strepitoso Keith Richards, a proposito, nei panni del pirata custode del codice). Ma a fronte del titanismo produttivo e di tanto talento e mole di lavoro, che sceneggiatura confusa e pasticciata! A che serve che i costumisti vadano in cima a un monte, in Turchia, a pregare una tribù di fornire loro lo stesso tessuto usato nel primo episodio per la bandana del capitano Sparrow (che fra l’altro nasconde quasi sempre la citata bandana con il cappellaccio trilobato e unto), se la storia fa acqua (è proprio il caso di dirlo) da tutte le parti? Se l’idea non c’é, se i personaggi sbiadiscono e finiscono per somigliarsi tutti in un polpettone indifferenziato fatto con gli avanzi dei primi episodi (addirittura diventeranno tutti capitani, tutti spadaccini, tutti buoni e cattivi allo stesso tempo, tutti traditori), se ormai non si capisce più chi è vivo e chi è morto, se noi spettatori già piuttosto provati siamo costretti ad assistere a un matrimonio assurdo nel bel mezzo della battaglia e della tempesta? Qualsiasi mondo rappresentato, anche il più fantasioso, deve avere le proprie leggi, i propri limiti, la propria coerenza interiore, insomma la propria immaginaria realtà, altrimenti lo spettatore “non ci crede”. E che dire del finale (posto in coda ai titoli di coda per obbligarci a sorbire l’interminabile elenco dei “credits”) dove la bella eroina sarà costretta a lunghissimi periodi di castità dopo avere invece dimostrato una preoccupante tendenza alla promiscuità? Altro aspetto da stigmatizzare è l’eccessiva sottolineatura delle movenze alticcio/manierate dell’indimenticabile personaggio creato per (e da) il magnifico Johnny Depp. L’abuso porta ben presto alla saturazione. Che dire: va bene la sperimentazione di nuovi paradigmi, daccordo con l’abolizione di personaggi rigidamente stereotipati (prendere a esempio l’Eastwood regista, a proposito), ma qui siamo al caos, a quel “tutto” così simile al “nulla”. Ma una morale non manca, e questo è bene, perché almeno agisce da collante a questa lussuosa centrifuga delle idee. E la morale è che il potere globalizzante, liberticida e poeticida degli imperi economici (qui rappresentato dalla Compagnia delle Indie) può essere combattuto e vinto. Consolante. Peccato che la produzione non ne abbia tratto un utile insegnamento, investendo un oceano di soldi (e ammettiamolo: anche tanta professionalità e ingegno) e poche gocce di senso compiuto. Sarà forse perchè i Pirati dei Caraibi esce anche in versione videogioco? Per fortuna, avendo visto il cupo secondo episodio, dove già la sceneggiatura traballava e non poco, si arriva già preparati alla delusione. Ma siamo sicuri che se uscirà il quarto episodio non andremo a vederlo nonostante tutto?


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